Se ne parla esattamente da dieci anni ma in realtà una crisi Telecom non c´è mai stata. L´azienda va bene, produce profitti, ha un «cash-flow» di tutto rispetto, possiede un cospicuo portafoglio di partecipazioni all´estero (soprattutto in Brasile) e rapporti industriali assai interessanti con altre società telefoniche europee in Germania, Francia, Spagna.
Diciamola tutta: i guai di Telecom cominciano da quando è stata privatizzata e ha avuto la sventura di diventare la preda di un capitalismo straccione, più attento a spolpare il grasso che ad investire in prodotti e tecnologie. Non tutto il capitalismo italiano naviga a questo infimo livello, ma buona parte purtroppo sì. La regola prevalente è quella di arricchire i «predatori» a danno dell´azionariato diffuso e non organizzato, una maggioranza polverizzata e quindi priva di qualunque potere. Gli strumenti per tenerla al guinzaglio sono vari ma con identiche finalità: scatole cinesi, patti di sindacato, contratti di Borsa speciali, rapporti privilegiati con gruppi bancari. Il fine è sempre quello: spolpare l´osso, lesinare sugli investimenti, privilegiare i dividendi, i compensi ai dirigenti, le «stock-option» agli amministratori e utilizzare la società-preda come fonte di potere politico e mediatico.
Questo è uno dei connotati del capitalismo italiano che ha avuto come risultato la segmentazione del mercato in tanti recinti separati tra loro.
Esiste ancora un mercato, si domandava pochi giorni fa Guido Rossi? E rispondeva: no, non esiste più. Forse non è mai esistito perché non c´è mai stata una griglia di istituzioni capace di rappresentare e difendere quella maggioranza azionaria polverizzata e senza voce, non a caso definita come «parco buoi» da portare al mattatoio.
Volete l´ultimo esempio, il più recente e uno dei più scandalosi? Ce lo sta dando Marco Tronchetti Provera. Tra la sua società personale e la Telecom ci sono a dir poco sette società intermedie, la penultima delle quali si chiama Olimpia che controlla Telecom con il 18 per cento del capitale. Quel 18 per cento detta la legge ad una maggioranza polverizzata dell´82 per cento. I soldi propri impegnati da Tronchetti in tutta l´operazione equivalgono allo 0,6 per cento del capitale Telecom.
Come lo chiamereste un fenomeno di questo genere se non la moltiplicazione dei pani e dei pesci? Il miracolo compiuto da Gesù di Nazareth aveva come fine quello di sfamare il popolo che si era radunato per sentire la sua parola.
Quello di Tronchetti serve ad alimentare il «predatore». Il quale ha deciso ora di cedere il comando su Telecom senza nemmeno lanciare un´Opa e intascando a proprio esclusivo beneficio il premio di maggioranza.
Montezemolo raccomanda: lasciate fare al mercato. Ma questo è un mercato? Questa è la giungla dei predatori e delle prede, degli interessi protetti e di quelli polverizzati e indifesi. Il riformismo in Italia avrebbe dovuto misurarsi con questo problema che doveva essere il primo nell´ordine delle priorità. Ma finora ha parlato d´altro e neppure la crisi in corso sembra averne risvegliato l´attenzione.
Neanche il club Giavazzi, per dire gli economisti puri e duri, hanno questo tema nelle loro priorità. In dieci anni di pubblicistica ne avranno parlato sì e no un paio di volte. Così il miracolo profano della moltiplicazione di pani e pesci continua. Io lo chiamo una vergogna, non un mercato.
Quando cinque anni fa Tronchetti conquistò Telecom rilevandone il controllo dal gruppo di Gnutti e di Colaninno, pagò salato: 4,50 euro per azione. Esce un predatore, ne entra un altro. Perché pagò un prezzo così elevato? Riteneva che il monopolio privato della telefonia fissa e mobile fosse l´affare del secolo. Dove prese il denaro necessario? Dal debito e dalla successiva vendita della parte manifatturiera della Pirelli. E naturalmente dalle complicate architetture di controllo che lo portarono con poca spesa propria alla guida della società più importante del paese.
Il ritorno d´immagine fu formidabile. Si cominciò a parlare di Tronchetti Provera come della stella nascente del capitalismo italiano, il successore di Gianni Agnelli, con lo stesso «glamour» dell´Avvocato, la stessa eleganza, le stesse barche e soprattutto la stessa vocazione di guardare lontano, di volare alto, di guidare con l´incoraggiamento e l´esempio i destini dell´industria e degli imprenditori.
Partecipava a tutti i salotti buoni frequentati dai «vested interests»: il consiglio di Mediobanca, il consiglio della Rizzoli-Corriere della Sera, il direttivo di Confindustria di cui è vicepresidente. All´occhiello della giacca c´era scritto Telecom e questo bastava. Le sue «stock option» raggiungevano cifre incredibili. I debiti? Nessuno chiedeva notizie dei debiti, ciascuno in quei salotti badava ai propri e non s´impicciava dei fatti degli altri. Si pagò anche una televisione di prestigio, con pochissima diffusione (il 2 per cento dell´audience) ma potenzialmente in attesa di diventare il terzo polo televisivo italiano.
«Aspetta e spera che poi s´avvera» cantava Arbore con «Quelli della notte», e sembrò lo slogan de La 7.
Ma da un certo momento in poi i nodi cominciarono a venire al pettine. Le banche creditrici mandarono qualche avviso.
I vari scandali Parmalat, Cirio, bonds argentini, crearono difficoltà non lievi a Geronzi e a Banca Intesa. Le fusioni impegnarono a lungo (e tuttora impegnano) l´intero sistema.
E fu così che il «retour à l´ordre» investì anche la Pirelli e Tronchetti che tardivamente capì di essere entrato in una partita più grossa di lui.
Da quel momento il suo problema dominante fu quello di rientrare nel suo, vendere il pacco di controllo Telecom, capitalizzare il premio di maggioranza, scaricare i debiti sul compratore e rientrare in campo su qualche altra preda, magari più piccola e più digeribile ma egualmente «glamour». Per un momento quella preda prese le sembianze del gruppo Rizzoli-Corriere della Sera.
L´essenziale comunque era di trovare un compratore disposto a pagare un prezzo d´affezione: l´azione Telecom valeva in Borsa poco più di 2 euro; lui l´aveva pagata più del doppio. Ma per riposizionare la Pirelli gli bastava incassare un prezzo di 3 euro. Perciò si mise in cerca.
Nel frattempo era entrato in rotta di collisione con Prodi. Siamo al settembre dell´anno scorso. Prodi è messo al corrente dei guai di Pirelli e della decisione di Tronchetti di vendere all´estero la rete telefonica di Telecom e insieme ad essa la partecipazione nella Telefonica brasiliana e la telefonia mobile. Lo spezzatino che si profila non piace affatto al presidente del Consiglio che cerca d´impedirlo. La crisi tra i due scoppia con estrema violenza e accresce il gelo tra Tronchetti e il sistema bancario, senza la cui sponda il «patron» della Pirelli sarebbe – come si dice un po´ ruvidamente in questi casi – alla canna del gas.
A questo punto il colpo di coda che è una delle specialità di Tronchetti: si dimette dal consiglio Telecom e chiama a sostituirlo Guido Rossi, in quel momento ancora commissario della Federcalcio ma ormai alle ultime battute d´un tentativo di ripulire il calcio italiano rivelatosi impresa impossibile per la cosiddetta «resistenza degli aggregati» cioè di tutti gli interessi corporati che fanno del fortilizio calcistico un centro di malaffare pressoché inespugnabile.
Guido Rossi accetta di trasferirsi da Federcalcio a Telecom. Non sa ancora che sta cadendo dalla padella nella brace.
Guido Rossi lo conosco bene dagli anni in cui eravamo giovani e lottavamo, lui sulle riviste giuridiche e nelle aule dei tribunali ed io con libri e campagne giornalistiche, contro le malformazioni del capitalismo italiano e i loro deleteri riflessi sulle istituzioni democratiche. Ci erano autorevoli compagni in quelle battaglie Bruno Visentini, Tullio Ascarelli, Ugo La Malfa, Adolfo Tino, Ernesto Rossi. Insomma il pensiero liberal – radicale degli anni Cinquanta-Settanta.
Il Guido Rossi di oggi non è più quello di allora. Ha mantenuto ferma la bussola della difesa del mercato e della libera concorrenza ma l´ha tradotta in pratica accettando incarichi prestigiosi da usare come terreno d´azione. E´ stato presidente della Consob appena fondata; Cuccia lo portò al vertice della Montedison quando si rese conto che il gruppo Ferruzzi aveva clamorosamente mancato l´obiettivo di risanare quell´azienda devastata dopo il passaggio di Eugenio Cefis. Ha poi guidato la privatizzazione di Telecom ed ora era di nuovo lì.
Nel frattempo il giovane avvocato è diventato un autorevole consulente dei maggiori gruppi finanziari e con suo ingegno si è creato una cospicua fortuna personale.
Eppure tante esperienze non gli hanno evitato alcune ingenuità come nel caso Federcalcio e in quello Telecom.
Inclino a pensare che la causa di questi suoi errori sia una sua eccessiva presunzione intellettuale che lo rende sicuro di dominare gli eventi, gli interessi, le persone con le quali entra in conflitto e il malaffare che si annida in molte giunture del capitalismo. Ma questo comunque non ci interessa in questa sede.
Il conflitto Rossi-Tronchetti, detto in breve, è stato il reciproco e simmetrico tentativo di entrambi di gabbare l´altro sotto le parvenze della collaborazione. Rossi voleva incanalare Telecom nello schema della «public company», un´azienda guidata dal management, controllato dai sindaci, dai fondi di investimento e da altri investitori istituzionali. Senza scatole cinesi, senza patti di sindacato, senza «noccioli duri» che arraffano il potere senza rischiare i propri soldi. Tronchetti voleva esattamente l´opposto. Questo «marché de dupes» è durato sette mesi alla fine dei quali Tronchetti ha prodotto il suo ennesimo colpo di coda: ha venduto il comando di Telecom agli americani di AT&T e ai messicani di American Movil, ha licenziato Rossi dalla presidenza di Telecom, ha obbligato le banche a scendere a patti. E sta per incassare il suo prezzo e il suo premio di maggioranza alla faccia della maggioranza dispersa e senza voce degli azionisti di Telecom e di Pirelli. Dopo averlo licenziato ha offerto a Rossi una consulenza miliardaria, ovviamente rifiutata. Però ci ha provato.
C´è qualche cosa da dire sul sistema bancario che ancora potrebbe – se lo volesse – fermare lo spezzatino telefonico. Il problema infatti è questo, non l´italianità di Telecom.
Ma per ottenere un risultato le banche dovrebbero procedere unite, affrontare Tronchetti, negoziare con i suoi interlocutori americani e con altri possibili imprenditori italiani e stranieri, lanciare un´Opa su Telecom. I mezzi per impedire lo spezzatino ci sono e si trovano, ma la condizione primaria è l´unità del sistema, che invece manca del tutto. Mediobanca si è dedicata da poco al credito di consumo.
Come banca d´affari accetta solo di occuparsi di transazioni di immediato profitto. Il resto non le interessa. Capitalia ha in mente di rafforzare la sua presa su Generali e sulla stessa Mediobanca. Unicredit accumula profitti su profitti, si espande all´estero, non ha gradito la nascita del gigante Intesa-San Paolo, disdegna operazioni di pubblico interesse non motivate da profitti visibili.
Intesa-San Paolo aveva tentato qualche mese fa un´operazione comune per estromettere Tronchetti al prezzo di 2,50 euro. Più del valore di Borsa, meno del prezzo offerto ora dagli americani. Non fu seguita da Mediobanca e dai banchieri che la fiancheggiano. Adesso l´istituto di Bazoli e di Passera sta negoziando con AT&T e con i messicani per ottenere una quota di Olimpia (cioè del controllo su Telecom) che abbia potere di veto su alcune operazioni strategiche. Par difficile che ci riesca. Tutt´al più otterrà qualche briciola per salvare la faccia della controparte italiana, ma niente di più. Soprattutto niente di più dai messicani, che comprano Telecom per portarsi via la Telefonica brasiliana. Lo spezzatino, appunto. Ci sono ancora trenta giorni di tempo, ma il destino sembra già segnato. Qualcuno del centrosinistra presenterà una legge che renda impossibile per il futuro la vergogna di controllare una grande impresa senza esporsi con danaro proprio? La presenterà Tabacci che vorrebbe rappresentare la coscienza liberale del centrodestra? La presenterà Giavazzi? Un tempo gli «Amici del Mondo» queste cose le facevano. Ma oggi evidentemente sono passate di moda....
E. Scalfari
AIla fine ce l'hanno fatta, i Ds. E hanno deciso le regole che li porteranno al loro ultimo (o penultimo, cambia paco) congresso. Una maggioranza trasversale ha deciso che si voterà a voto segreto unica su mozione e segretario che la rappresenta, così come voleva la sinistra interna. Piero Fassino ha dovuto cedere, con spirito unitario come ha detto D'Alema, alle pressioni di Mussi e Salvi. Ma ha ceduto dopo ore di estenuanti trattative, e ha ceduto grazie anche al pressing che lv stesso ministro degli Esteri ha messo in campo, direttamente o attraverso i suoi uomini.
Così i Ds sono riusciti a uscire uniti dalla riunione della Direzione di ieri. Uniti oggi per dividersi domani. E forse definitivamente. Perché quello andato in scena, diciamolo francamente, non è stato uno spettacolo tra i più edificanti nella storia della politica, e soprattutto della sinistra italiana. A molti ha ricordato i vecchi congressi democristiani, con le correnti che si riunivano nelle salette degli alberghi mentre l'assemblea aspettava, per ore, notizie che non arrivavano. Con gli ambasciatori dell'uno e dell'altro leader che facevano la spola tra una stanza e l'altra (allora non c'erano i cellulari). Con le intese raggiunte e subito dopo smentite, e tutto che ricominciava da zero. In piccolo, diciamo in sedicesima, questo è successo anche nella Quercia. La riunione era stata convocata per le 11, ma chi è arrivato a quell'ora ha trovato un cartello che annunciava il rinvio alle 13 per nebbia (reale e metaforica).
Ma alle 13, quando arrivano tutti i dirigenti diessini, ministri, capigrup po, sindaci, governatori e segretari, la riunione non comincia e non comincia nemmeno mezzora dopo, e nemmeno un'ora dopo. Fassino è in sala, D'Alema pure, mentre Mussi, Salvi e i suoi chiacchierano e ridono nel cortiletto interno. Finalmente entrano in gruppo ma ne escono dopo un rapido colloquio tra il segretario e il ministro dell'Università, nonché capo dell'opposizione interna. Niente da fare, l'accordo non c'è. E così i membri della commissione elettorale lasciano la sala dell'albergo tra gli sguardi attoniti dei presenti. Si saprà poco dopo che sono andati a riunirsi qualche centinaia di metri più giù, nella sede nazionale dei Ds, mentre tutti gli altri sono costretti ad aspettare. C'è poco da fare, tocca rassegnarsi.
Così c'è chi va a mangiare qualcosa, chi si prende un caffè al bar dell'albergo («Costa tre euro, mo' lo dico a Bersani», dice uno), chi si butta su un divano del Quirinale (inteso come Hotel), chi ne approfitta per fare shopping in mezzo ai saldi. E chi, come D'Alema, ha impegni alla Farnesina che lo lasceranno libero molte ore dopo, giusto in tempo per ascoltare le ultime battute di Fassino e poi votare l'intesa raggiunta anche grazie a lui. Due ore e mezzo più tardi finalmente si comincia ma l'accordo ancora non c'è, arriverà molto più tardi quando Fassino nella sua replica annuncerà con una certa sofferenza, e deludendo non pochi suoi sostenitori, il suo cedimento in nome dell'unità del Partito. La sinistra esce così vittoriosa da una prova di forza, più formale che sostanziale, e che ha avuto caratteristiche più misere che nobili.
E che soprattutto ha dato l'idea, anzi l'esatta fotografia di cosa sia diventato il principale partito della sinistra italiana. Magari non sarà ancora un partito «allo sbando», definizione che ha fatto giustamente infuriare il segretario, ma che sia piuttosto malmesso non si può negarlo. O forse, meglio, un partito che ormai non è più uno e indivisibile ma almeno due, e già belli e divisi. Il primo dei due, quello maggioritario, quello diretto da Fassino e D'Alema, finirà probabilmente nella fusione con gli amici della Margherita, così da concretizzare finalmente quell'araba fenice denominata Partito democratico. Il secondo non sa ancora quale sarà il suo destino, ma è molto probabile che nel nuovo soggetto politico non entrerà, per cercare invece alla sua sinistra nuove sponde e approdi. Certo c'è il congresso da fare, con la sua battaglia politica che già si annuncia virulenta.
C'è da contarsi e contare gli avversari per vedere chi vince e chi perde, e soprattutto verificare sul campo quanto si vince e quanto si perde. Certo, c'è da tenere sempre presente che si sta giocando una partita che rischia di avere ri percussioni serie sugli assetti del governo e della maggioranza che lo sostiene. Insomma, anche nello scontro, una certa prudenza è comunque consigliabile. Tuttavia, per evitare che la prossima direzione e i prossimi congressi di sezione e di federazione, fino al Congresso nazionale replichino il triste copione andato in scena ieri, assomigliando sempre di più alla vecchia Democrazia cristiana, sarebbe il caso di fare un po' di chiarezza. Da una parte e dall'altra.
Se ci credono sul serio, Fassino e D'Alema dovrebbero cominciare a dire che loro il Partito democratico lo vogliono fare a qualsiasi costo, così come ci ha confidato Antonio Bassolino prima dell'inizio dei lavori: «Abbiamo solo perso tempo, dovevamo farlo già anni fa». Come a dire: chi ci sta, ci sta. Dunque anche a costo del probabile se non inevitabile addio dei loro compagni di sinistra. In fondo, se considerano la loro scelta politica così fondamentale per il Paese, tanto che il segretario l'ha paragonata al New Deal di Roosevelt e all'unificazione delle due Germanie, vale la pena rischiare di perdere qualche pezzo pur di giungere alla meta.E i pezzi che andrebbero persi, ossia Mussi, Salvi e compagni, a loro volta, farebbero bene ad annunciare con forza e ragioni politiche, se ci credono sul serio, che loro nel Partito democratico non entreranno. Pagando i prezzi che si pagano in questi casi, prezzi di visibilità politica, di ruoli di governo e di rappresentanza. Altrimenti si continuerà a navigare in una sorta di ipocrisia che non serve a nessuno degli attori in campo. E nemmeno al governo che, fino a prova contraria, appartiene a tutti loro.
Riccardo Barenghi
Marco D'Eramo - il manifesto, 19 dicembre 2006
«Odio il regno dei borghesi, il regno dei poliziotti e dei preti, ma odio ancora di più chi come me non lo odia con tutte le sue forze». Così scriveva nel 1931 il poeta francese Paul Eluard. Si sentirebbe davvero molto solo nell'Italia di oggi Eluard, soprattutto nei giornali che servili corteggiano i borghesi, sommessi obbediscono ai poliziotti, e untuosi s'inchinano al cospetto dei prelati. Non c'è telegiornale «laico» da cui non imperversi il cardinale di turno. Non c'è elezione in cui la Curia non ponga condizioni per concedere il suo appoggio. Non c'è politico di sinistra che non si riscopra una fede forse ben nascosta per decenni, ma pur sempre ardente come brace sotto la cenere (Piero Fassino e Fausto Bertinotti docent).
Mangiapreti di ieri come l'ex radicale Francesco Rutelli sono diventati «ranocchie d'acquasantiera», secondo l'espressione francese. Fini letterati che cantarono la Finis Austriae, dell'impero asburgico sembrano rimpiangere anche la cultura tridentina, come Cluadio Magris che sul Corriere definisce Benedetto XVI «molto meno conservatore di quanto si creda», forse perché Ratzinger è intellettuale mitteleuropeo.
Ma il culmine ineguagliato dell'ossequiosità al Vaticano lo si coglie nel variegato fronte contrario ai Pacs, che brandisce lo «scandalo» delle coppie omosessuali per negare status legale e legittimo a tutte le unioni di fatto, anche quelle eterosessuali. Come spesso gli è capitato nel corso della storia, il Vaticano combatte un'altra battaglia di retroguardia, e già persa. Basta contare i bambini nati fuori dal matrimonio nei paesi cattolici d'Europa. Escludiamo pure la Francia giacobina, in cui i bimbi nati da mamme non sposate sono il 48% del totale. Ma nella cattolicissima Polonia sono il 37%; nell'ultra clericale Irlanda il 32 %; nel Portogallo del miracolo di Fatima il 18,4%. E in Italia sono il 14%, cioè un bambino su sei. E, per quanto inattendibili e sottostimati siano i dati dell'Istat (in tutti gli altri paesi la percentuale di convivenze di fatto è pari a quella dei bambini nati fuori dal matrimonio, solo in Italia è misteriosamente meno della metà), essi indicano pur sempre che negli ultimi 10 anni tali unioni sono triplicate.
Quel che queste nude cifre dicono con inoppugnabile chiarezza è che ormai la Curia non ha più contatto con il diffuso sentire dei cattolici europei. È sconnessa dal suo gregge. Come negli anni '70, su temi quali divorzio e aborto non era semplicemente più ascoltata dai suoi fedeli. E oggi, solo per compiacere il clero, e sempre per l'antico vizio di correre in soccorso dei potenti, o supposti tali, i politici del centrosinistra s'incamminano su questa stessa via di estraniazione del comune sentire di polacchi e irlandesi, portoghesi e italiani.
Se la chiesa maledicesse le biciclette, è sicuro che i Mastella, i Casini, i Rutelli (con qualche diessino di scorta) proporrebbero un disegno legge per limitarne l'uso. E non è una battuta balzana, visto che a fine '800 L'Osservatore Romano si scagliò con inaudita violenza contro il «bicicletto», come allora si chiamava, considerato simbolo della sovversione sociale e del disordine moderno. Chissà se i nostri pronipoti reagiranno alle condanne dei Pacs con la stessa ironica bonomia con cui noi leggiamo gli anatemi contro il «velocipedismo». Ma sui Pacs noi non possiamo ancora sorridere.
Non si vive di soli Pacs, l'Espresso Dicembre 2006
di Marco Damilano
Vanno bene i diritti civili. Ma bisogna dare priorità alle questioni economiche e sociali. Il ministro detta le regole al governo. E al futuro Partito democratico. Colloquio con Rosy Bindi:
Nessuno si aspettava gli applausi con una Finanziaria così impegnativa. Ma un conto è la gazzarra al Motorshow, un conto è Mirafiori: quello è un campanello d'allarme che non possiamo ignorare... Il ministro della Famiglia Rosy Bindi non è intimorita da fischi e sondaggi negativi. La preoccupano di più le divisioni nel centrosinistra sui temi etici e il travaglio sul Partito democratico. "Abbiamo ereditato da Berlusconi un paese in difficoltà. Dovremo riuscire a unirlo comprendendo che ci sono domande profonde cui si può rispondere con un'unica politica. L'unica soluzione per paradosso sta nella Finanziaria così contestata e nel programma che continueremo ad attuare".
Fassino chiede un cambio di passo. Un modo diverso per parlare di fase due?
"Rifiuto questa terminologia. Non c'è la fase due, siamo pienamente dentro il programma del governo. Abbiamo cominciato a fare le scelte giuste: redistribuzione del reddito, stabilizzazione dei rapporti di lavoro, sostegno alla crescita. E poi la riforma delle professioni, le liberalizzazioni di Bersani, il documento di Rutelli. Dobbiamo ascoltare il sindacato disponibile a discutere delle pensioni, rispettando situazioni di lavoro più delicate di altre. Un governo di centrosinistra deve dare priorità alle questioni economiche e sociali: lavoro, scuola, giovani, anziani. Poi, per carità, è giusto occuparsi dei diritti individuali. Ma una sinistra che appare eccessivamente concentrata sui diritti civili e dimentica le altre questioni rischia di non essere all'altezza delle vere sfide".
Per 'L'Osservatore Romano' la vostra priorità è "sradicare la famiglia". Come replica, da ministro della Famiglia e cattolica?
"Con serenità, vorrei ricostruire la verità dei fatti. Il primo rischio di sradicamento è la precarietà dei giovani. Al nostro governo va riconosciuto il primo passo verso una politica familiare degna di un paese europeo: nella Finanziaria ci sono 6 miliardi di euro per le famiglie con figli, la tutela della maternità per le lavoratrici precarie, la rete degli asili nido, il fondo famiglia, il rilancio dei consultori...".
È necessario che il governo presenti una legge sulle coppie di fatto? Anche Rutelli ha espresso riserve...
"Una legge serve, per evitare lo zapaterismo strisciante anche in Italia. E il governo deve assumersi la responsabilità di una mediazione alta per non essere esposto alle incertezze del vuoto legislativo, lasciando naturalmente al Parlamento piena libertà di esprimersi. Una legge con due paletti: la priorità della famiglia e la non discriminazione per le persone. Non abbiamo mai parlato di matrimoni gay. Non riconosceremo mai le unioni civili in quanto tali, ma solo i diritti delle persone che ne fanno parte e che non vanno discriminate. Tutto questo allarmismo è francamente ingiustificato: da credente mi preoccupa che si voglia ignorare che il 45 per cento delle coppie si separa nei primi cinque anni di matrimonio, una coppia su quattro convive. Non si può ignorare questa realtà. Non lo può fare la politica e neppure la Chiesa nella sua pastorale".
Su eutanasia, droga, Pacs l'Ulivo si divide: sugli interessi siete uniti, sui valori no.
"Sono temi politici che non si possono affrontare esternando la propria coscienza. Serve una tessitura paziente. E invece ciascuno vuole piantare la bandiera pensando così di contare anche su altre questioni. C'è un fondamentalismo laicista che non rende giustizia a vicende dolorose come quella di Piergiorgio Welby che rischia di diventare oggetto di strumentalizzazione politica. E tra i cattolici c'è la corsa ad accreditarsi prima degli altri".
Con il Partito democratico le distanze tra laici e cattolici sono aumentate: sarebbe meglio lasciar perdere?
"Non mi scandalizza che ognuno arrivi all'appuntamento orgoglioso della sua identità. Ma sarebbe meglio darci qualche assicurazione sulla meta. Tutto questo succede perché non ci fidiamo gli uni degli altri. C'è qualche furbizia di troppo".
Quale?
"Si dice: 'Intanto facciamolo, poi vediamo'. Invece dal come dipende il se. Ha suscitato allarme la proposta di vendere le sedi Ds e Margherita. Ma davvero qualcuno pensa che possiamo fare il Pd nelle sedi dei vecchi partiti? Un nuovo partito nasce soprattutto per dare una casa politica a chi non ce l'ha. I partiti fondatori devono fare un passo indietro, per superare due grandi mali: la burocrazia delle tessere e la tentazione del leaderismo".